Tuesday, June 09, 2009

Io Quando Ti Svegli

Io quando ti svegli
mi pare che devo recuperare
del tempo.
Mi pare che
ci sono delle cose
che non ho fatto.
Cioè sì,
ma di meno.
Tipo
ho comprato
mezzo litro di latte
invece che uno e mezzo.
Mezzo del mio
mezzo del tuo.
Invece che uno e mezzo.
O uno-mezzo-mezzo.
Io quando ti svegli
mi pare che la banda è in ritardo
e io dico
cavolo doveva essere già qui
- che poi te
mi fucileresti
se ci fosse una banda
suonante
quando ti svegli
(a me, ti dirò,
piacerebbe
ma sono megalomane)
Io quando ti svegli
mi assicuro che tu
trovi il punto
di atterraggio
perché dai sogni
si precipita all'insù
ma non ci sono i riferimenti
spaziali
quindi sembra all'ingiù
come normalmente.
Allora mi assicuro
di essere pronto
tipo acrobata del circo dei circhi
che t'acchiappa al volo.
Io quando ti svegli poi
ti dico
ciao
e tu
ciao
a me.

Sunday, June 07, 2009

Metrica

Il tuo bacio è come un rock
Il mio bacio è come un twist
No, aspetta
facciamo cambio.
Il mio bacio è come un rock
il tuo bacio è come un twist.
Sicuro?
Sicuro.
Non è che poi ci ripensi?
Poco probabile.
Tu rock, io twist.
Siamo d'accordo, allora?
...
Ecco, lo sapevo.
No, no
va bene:
il mio bacio è come un rock
il tuo bacio è come un twist
ché poi, caramia,
'sta cosa del twist
ultimamente
ti s'addice non poco.
Sei tu quello che odia
i quattroquarti
pure per via del numero, no?
Sei tu quello che
gli piacciono le cose in levare
no?
E allora
mi ripiglio il twist
Troppo tardi:
hai scelto.
Ma posso ancora
cambiare ballo
del tutto.
Chessò:
il mio bacio è come un fox-trot
il tuo bacio è -ancora- come un twist
Va un po' male
di metrica.
Vabbè,
ma io scrivo le poesie
a cavolo
come le lettere
- ché non son mai stato
capace.
Sicuro, allora?
Fox-trot?
...
Ci risiamo.
No, vedi,
è che il tuo sicuro è come un twist
"E' assai facile al knock-out,
che ti fulmina sul ring."
Ma quello è il rock..
A me il rock non mi piace mica
E allora perché
te lo sei scelto?
Per la canzone
per la metrica.
Occhei. Rifacciamo.
Il mio bacio è come un twist.
E fin qua.
Il tuo?
C'ha lo swing.
Sicuro?
Se non lo sai te...
Effettivamente.
Il mio bacio c'ha lo swing
il tuo bacio è come un twist.
Ci sta. Pure come metrica.
Andata?
Andata.
Ah, no. Un'ultima cosa.
...oddio...che c'è?

Fa l'effetto di uno choc,
e perciò canto così:
Oh-oh-oh-oh-oh-oh-oh



Friday, June 05, 2009

Frontiera

Qualcosa da dichiarare?
mi chiede
al varco del finestrino
ci fossero due calzini stesi
sarebbe da affacciarsi
"un attimo che ritiro
i panni".

Invece dico
le cose da dire,
tre cose -dichiaro:
mi piacciono gli alberi
le punte delle dita
i modi gentili.

Il tizio annuisce
si liscia la divisa
e scrive.
Io guardo se per caso
non son caduti giù
dei calzini
ché poi mi tocca scendere.

Qualcosa da tacere?
mi chiede.
Che cacchio di domanda
-penso
se sono da tacere,
perché le dovrei dire?
Ma questi sono strani
dovessero arrabbiarsi
rispondo
ché qua non si sa mai.

Rispondo.
Il prezzo del dolore
il mistero prima di un 'sì'
i lati 'b' dei quarantacinque giri.
Eh?
Eh.
Non so se ha presente,
che spesso son più belli
e li ricordano in pochi:
è come un segreto
tra intimi
e certi segreti
son cose da tacere
perlopiù.

La penna oscilla
insieme alla testa
un ampio respiro burocratico
e:
Ne mancano tre
tre cose da dimenticare.
Quando si passa una frontiera
c'è sempre qualcosa da lasciar andare.
Sarei tentato
di aprire il portabagagli
e dire:
faccia lei
prenda un po' quello che le pare
ché io se devo dirla tutta
non son mica tanto capace
di dimenticare.
E se poi quello
sceglie di buttare
chessò
qualcosa che mi può
tornare utile?
No grazie,
faccio da me.

Allora.
Il prezzo del dolore...
L'ha già detto, non vale.
Volevo vedere se stava attento.
Ricominci, piuttosto
invece di fare il furbo.
Ci penso.
Propongo.
Ma se invece di dimenticare
mi tenessi il ricordo
senza starlo troppo
inutilmente
a rivangare?
Ci pensa.
Si guarda attorno.
Si può fare.

Che faccio, vado?
Vada.
Scusi...
Ci son mica dei calzini
giù sotto?
Circolare.


(grazie a C. per l'idea)

Swosh

Io me lo ricordo
quell'inverno duemilacinque:
un cazzo di freddo
mi ricordo.
Lo so
non è elegante
ma rende l'idea.
Neve sotto i portici
c'avevo delle scarpe
inconsistenti
un parka zuppo
un cazzo di freddo
(scusa)
poi mi ricordo
che a un certo punto
swosh
s'è fermato tutto
le macchine
le bici
le gonne
le borse
le frange delle sciarpe
il suono dei semafori
per non-vedenti
le porte
a scorrimento
di Melbucstor
le tazzine fumanti
nei bar
mi son voltato
t'avevo sottobraccio
mi sei sembrata eterna
(che poi mica lo eri
ma si capisce dopo)
attorno tutto fermo.
I fogli degli annunci
la musica nelle cuffie
gli scuter
le dita delle mani
nei guanti,
nei cappotti
(a loro volta)
le cose nelle buste della spesa
e un tizio
esasperato
m'ha detto
un poco dopo:
"Dura ancora molto
'st'epifania?
No, perché
-avrai sentito-
fa un cazzo di freddo"
(scusa)

Thursday, June 04, 2009

Navigazione

Tecnicamente
è un fatto di riflessi:
la luna nel pozzo
il cielo in una stanza
il mare nel cassetto
occhi di ragazza
(in un certo senso).
E' un'illusione ottica
svapora tra le mani
sta tutta in uno sguardo
che include a intermittenza.

Allora penso
a quando
(la ghiaia scoppiettante
sotto i piedi)
varavo barche
di plastica e nylon
nel cerchio di fontane,
sul fondo pesci anemici
attorno passeggini.
Quell'acqua senza rotte
aveva la pretesa
di oceani dal bordo circolare
la terra era una sfera
che poteva tracimare.

Andavo
in tondo fino a un punto
e lì c'era il mio porto
dove il riflesso
di un ritorno
per quanto grande il mare
avrebbe potuto
alla fine
attraccare.

Friday, May 29, 2009

...e non c'è inganno

C'è il trucco -penso.
Come quei racconti zen
che a un certo punto
ti gira la testa
e ti ritrovi al punto
di partenza,
con gli occhi che scappano ovunque
e le braccia che formicolano.
C'è il trucco -mi dico
e non l'ho ancora capito;
c'è il passaggio segreto
il doppio fondo
la botola nascosta
il pannello mimetizzato
la libreria girevole
rimetta-a-posto-la-candela.


C'è il trucco
io penso che c'è il trucco
e non l'ho ancora capito.
Mi sforzo e mi spremo
ce la posso fare.
Cavoli.
Alla fine capisco tutto, io
pur non capendo niente:
è una mia prerogativa.
(l'Altissimo distribuisce
i doni dell'ingegno
secondo una sua personalissima
idea di cabaret)
Ad ogni modo.

C'è il trucco -mi ripeto.
Deve esserci
e io -sicuro- non lo vedo
perché mi distrae l'assistente
cerimoniosa
sorridente
con le cosce piene
lucenti nei collant.
Cretino.
Guarda le mani.

E insomma poi
in platea
dove sforzo gli occhi così tanto
che vedo le lucciole,
a un certo punto
mi mordo le labbra
mi acchiappo anche un pezzetto di lingua
Cretino,
-e due-
guarda le mani.
Le tue.

Thursday, May 28, 2009

Nostoi

Grattugio i polpastrelli
sul muro
ché mi piace il dolore leggero
disturba quello che penso
e tiene lontano
quello che spero.

Certe volte mi traduco
a mente
in quel poco di lingue che so:
ci prendo le distanze
dalle opinioni.
Mi pare di potermi permettere
il lusso di:

- Non farci colazione
- Schivarle davanti allo specchio
- Sfilarmele come maglie
troppo strette
o
- Abitudini incagliate.
- Barche rivoltate.
A riva.

Così poi si è fatta l'ora
del silenzio siderale
che risucchia i passi
e le mani nelle tasche
e mentre sono in macchina
che inforco semafori
e stazioni radio
tremolanti
mi sento come quei pensieri che
a casa ci tornano da sé.

Wednesday, May 27, 2009

Scommessa

Al mattino
tu t'accorgi
che non sono proprio uguale
non da subito
-almeno-
perché dopo,
lentamente,
mi riapproprio
di me stesso.

E' per via
di una scommessa
fatta molto tempo fa
una sera in cui sul cielo
proiettavano in reverse
tutti i miei futuri sbagli:
ho puntato quello che
avrei dato per scontato
e l'ho perso,
proprio mentre Mastroianni
camminava stanco incontro
alla macchina da presa.

E' per questo che al mattino
io ti sembro un po' diverso
solo un paio di minuti
quando sono appena sveglio.

E' che ho perso una scommessa
e mi devo ritrovare;
è che inizia un giorno nuovo
e mi devo assomigliare.

Monday, May 25, 2009

Una nuova, brutta abitudine

Ho preso
questa nuova brutta abitudine
che infilo le cose
nelle tasche
altrui.
Ce le metto di nascosto
con un gesto
da prestigiatore,
elegante e furtivo
in una parola: paraculo.
Ho preso
questa brutta abitudine
che poi certi
dopo giorni
magari mi chiedono
"Oh, mi sono ritrovato in tasca
questo. Ma è tuo?"
e io svicolo
facendo spallucce
ridendo sotto i baffi.
Contento.

Ci metto di tutto
nei limiti
per via della capienza
se becco uno zaino o una borsa
ne metto di più grandi
o tante più piccole.
Mi piace immaginare
il disorientamento
come davanti a un furto
involontario
(col dubbio
di averlo invece
voluto.
La cleptomania
è roba di un secondo)
e poi lo sforzo
di risalire.
E poi quello di
capire il perché.
Perché? Perché? Perché?
Perché due non fa tre!
(m'è sempre piaciuta)

Allora a quel punto
m'immagino
che sbuco dietro l'angolo
di un muro o di un caffé
e dico:
perché so delle cose di te.
Oppure, se mi scoccio:
perché due non fa tre.

Click

Click può essere scatto
di otturatore
di interruttore.
Click invece
per me è
quando ti incastri.
Tipo i Lego
precisiperfetticlick
E ci sono le protuberanze,
i vuoti
e tutto si incastra si riempie
click.
Io da piccolo mi ricordo
una volta ho dato
da mangiare al mio
Uforobot
l'omogeneizzato
perché mi pareva che
non era abbastanza forte
che gli ci voleva
un aiuto
e un po' pure a me.
(Tu guarda che intuito della madonna
c'avevo già a tre anni)
Di lui -Uforobot-
solo la testa faceva click
e a me mi bastava:
click.
Ora che conosco gli altri click
che le cose possono fare
la testa mi pare poco.
Mi pare relativo.
Pure un mattoncino Lego
mi pare relativo
tutto così,
colorato ma binario.
Invece.
Ci sono i click degli odori,
dei sapori,
i click dei ripetitori
quelli invisibili
che abbiamo impiantati un po'dietro
le orecchie.
E poi i click più importanti
quelli che fanno l'inizio delle braccia
a contatto:
click.
E sei forte abbastanza.
Pure senza omogeneizzati.

Sunday, May 24, 2009

Che c'è scritto

come certi fogli io
m'accartoccio
anche senza mani
ma non
"guarda, mamma! Senza mani!", no.
Io m'accartoccio da solo
anche senza mani
come certi fogli
che poi cerchi di far centro
nel cestino.
Apro parentesi:
il basket m'annoia,
ma il tuffo
della palla che s'insacca
senza toccare i bordi
fluff
mi piace
ché l'Universo sarebbe una cosa compiutissima
e precisa
a prender bene la mira.
Chiudo parentesi.
Dicevo.
Io m'accartoccio come
certi fogli
che poi magari finiscono nel cestino.
A differenza della maggior parte
dei fogli (accartocciati)
io il più delle volte
a un certo punto poi
mi scartoccio
(sempre da solo)
con un rumore di pensieri risolti
quasi croccante,
mi scartoccio
senza tanto clamore così come
senza tanto clamore s'accartocciano i fogli
e m'accartoccio pure io -da solo.
E' un po' più complicato che stiracchiarsi
se volete sapere come è
serve una specie di corto circuito
un giro ai pensieri
tipo gli elettroni che cambiano di orbita
(a me 'sta cosa m'ha sempre fatto morire,
degli elettroni che cambiano l'orbita se gli
ci metti -per esempio- una pila da 9 volt vicino.
Quelle quadrate dei vecchi telecomandi)
Quando poi mi scartoccio
croccante
sono un po' spiegazzato
allora è utile una mano che arriva
una mano che mi spiana
le pieghe
con calma
e mi dice "sta' tranquillo,
leggiamo che c'è scritto".

Monday, May 04, 2009

Splendy

Piacere mi chiamo Luigi Lattanzi. Gino, per gli amici: Gino Lattanzi. Non è che io sia molto bravo a raccontare però ora vorrei provarci, vorrei provare a raccontarvi come sono arrivato a questo punto in cui io, lo dico sottovoce, io sono diciamo praticamente felice. Dunque. Io sono nato ad Ariccia. Ariccia è il posto che uno dice: la Porchetta di Ariccia. Va bene. C'è a chi piace. A me no, ma non è che faccio la differenza. Se uno dice: sono nato ad Ariccia tutti gli risponderanno: Ah! La Porchetta di Ariccia (appunto). Ora. Ariccia è un posto schifoso, fatevelo dire da uno che c'è nato e cresciuto fino ai diciotto -quasi diciannove- anni, fatevelo dire: è un posto schifoso con una piazza che sembra una presa per i fondelli della geometria euclidea e poi il ponte. C'è un ponte che in realtà è un viadotto. La parte superiore di un acquedotto che praticamente è un pezzo di via Appia cioè, nello specifico, della cosiddetta Appia Pignatelli, che è quella che attraversa i Castelli Romani (quelli del vino de' 'li castelli e questa zozza società -zan zan). Insomma. C'è questa specie di sprofondo tra Ariccia e Genzano Romano che è un altro posto terrificante, ma con una sua ruspante dignità, come un dopobarba eccessivo, chessò: il Mennen. Il Mennen non so 'manco se esiste più, ma esisteva ed era il dopobarba di quelli che si lavano le ascelle nei bagni degli autogrill. Di quelli raffinati che si lavano le ascelle nei bagni degli autogrill. Il Mennen. Ecco: Genzano Romano sta all'estetica urbanistica come il Mennen ai dopobarba. Comunque. Ariccia fa talmente schifo che dalla cima di quel viadotto/Appia Pignatelli ci si butta la gente come mazzi di fiori sulle tombe (appunto). Da adolescente, quando passavo sul ponte e sbirciavo giù, arrivavano subito gli sguardi di sconcerto di tutti e dico tutti i passanti. Questo per due ragioni. La prima: i miei genitori si sono ammalati quando avevo poco meno di quindici anni e sono morti dopo due anni. Entrambi. A distanza di due settimane. Dello stesso cancro. Due esseri umani concreti e stolidi che avevano preso molto seriamente quel passo della formula che dice: "In salute e in malattia". Bravi. Io, per dire, almeno uno di loro me lo sarei tenuto, in barba alla promessa. Niente da fare. Ho finito il liceo (scientifico, papà ci teneva) vivendo con mia zia, sorella di mia madre, nubile (zitella) e -intanto- la gente di quel posto terrificante che è Ariccia, quando mi vedeva sul ponte, si preoccupava. Ignara dei deliri adolescenziali sul pregare ogni notte per un cancro uguale identico a quello che aveva schiantato i miei. Seconda ragione: Ariccia è un buco di posto (schifoso). Eppure nelle sue ridotte (e schifose) dimensioni riesce a farci stare pure quella cosa informe e oleosa che risponde alla definizione di Provincia italiana. Se siete nati in una grande città, lasciate perdere: non capirete. Se vi illanguidite con frasi come "la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia" vi svelo una cosa io: la Grazia, nel vivere in provincia, è un lampo appena percepito all'oscillazione del culo della più bella della scuola. Il resto è "tedio a morte" più qualche altro simpatico bonus tra cui spicca l'ostinata e rabbiosa attitudine di chiunque nel farsi gli affari vostri. E che sarà mai -direte voi- l'Italia intera è così. Posto che la vostra generalizzazione dovrebbe farvi riflettere, il livello di invadenza di un luogo di provincia è qualcosa che trascende l'immaginabile (per chi non lo vive). In provincia si aprono con sospetto i cassetti, nel timore che sbuchi fuori qualche cugino di terzo grado a sbugiardarvi sulla vostra igiene intima. Comunque. La combinazione di: provincia, ponte di Ariccia, Genzano Romano, il Mennen, i miei genitori morti quasi all'unisono.. ah, no. Manca una cosa. Ve l'ho detto che a raccontare non sono tanto bravo. Al liceo avevo formato un gruppo. Una cosa vergognosa: i soliti quattro scoglionati compagni di classe che tentano di dare un senso (?) al riff di "Smoke on the water". Senonché. All'ennesima festa in piazza deve suonare Tony Dallara. Quel Tony Dallara. L'illusionista da forfait. O era l'assessore. O uno che leggeva le poesie. Vabbè. Ci chiama lo zio del batterista: ragazzi c'è da suonare. Prima di Tony Dallara. Non è il massimo ma -perdio- è un palco e -perdio- davanti tutta Ariccia e il Ponte di Ariccia e pure qualcuno di Genzano Romano che esala Mennen (occhei la smetto). Decidiamo per una combinazione suicida: StairwaytoheavenSmokeonthewaterKarmaChameleon. Che cosa c'entrasse Karma Chameleon sarebbe lungo da spiegare. Saliamo sul palco. Suoniamo uno schifo. Sappiamo di aver suonato uno schifo. Scendiamo dal palco. Gli amici ci abbracciano. I parenti ci abbracciano. Tony Dallara viene da me. Mi stringe la mano. E mi dice: farete strada. Farete. Strada. In quel momento capisco che, altro che strada, abbiamo fatto davvero schifo. Tony Dallara è un burino psicopatico famoso grazie ad un unico brano, cantato a Sanremo, la cui versione fa pensare che si sia appena scolato il decimo Punt-e-mes. Tony Dallara, la sera stessa, si tromba mia cugina Luisa dopo averla notata mentre mi abbracciava sotto il palco. Tranquilli: è una vita che glielo rinfaccio. Vabbè. Diplomato, militesente (i miei genitori morti, un generale, non mi ricordo), decido di trovarmi un lavoro. C'è questo tizio di Frascati che però ha un magazzino ad Ariccia. Importaesportaricicla: boh. Lo incontro al bar più frequentato di Ariccia (fa schifo anche quello, avete indovinato). Sputazzando prosecco mi confida che gli è arrivato uno stock di un prodotto fenomenale. Un successo assicurato. Cinquanta scatoloni (cento pezzi ognuno) di "Splendy". "Splendy" è un aggeggio -mi spiega- che lava i vetri fuori e dentro. Embè? -gli faccio io. Qual è la novità? Lui increspa un sorriso diabolico, rutta, beve un altro sorso di prosecco e sputazza: contemporaneamente. "Splendy" lava entrambi le facce delle superfici trasparenti (e non) contemporaneamente. See, colcazzo.. -gli dico io. Calamìta -mi sputazza lui. Insomma "Splendy" sono due cosi quadrati che si calamitano attraverso la superficie da lavare e szgnic szgnic (questo è il suono di Splendy che lava, secondo lui) puliscono. In metà del tempo, senza doversi sperticare fuori dalla finestra e con esattezza. Se voglio (voglio?) mi fa un prezzo speciale e la merce è mia. Me la posso vendere per mercati. Quelli della domenica. Ce l'ho una macchina? Ce l'ho. Ce l'hai i soldi? Mamma e papà unisonamente previdenti: i soldi ce li ho. Comprate 'sta roba, gira pe' i mercati, fai la dimostrazione e vedi che te la tolgono dalle mani. Serve una licenza. Me la procuro. Serve un tavolinetto. Preso. Servono un microfono e un piccolo amplificatore: penso a Tony Dallara e requisisco quelli di Smokeonthewater. La prima domenica è il delirio. Arrivo tardi, quando la via centrale di Lariano (quella del Pane: Ah! il Pane di Lariano!) è già congestionata. Mi faccio strada tra cubi vestiti di nero con minicubi al seguito che arraffano gli scampoli come gli appartenessero da sempre. Ringhiano "Quantovòi?" e poi li gettano sul bancone, insultate dal prezzo e pronte a sbuffare più avanti. Riesco a ritagliarmi un rettangolo in cui aprire il tavolinetto e montare il mio set 'finestraglassexamplificatoremicrofono'. Traviato dalle prove in sala col gruppo, prorompo in un "Uantù, uantù, cech, cech". Due vecchine mi squadrano peggio che se fossi un pakistano venuto in cerca di guai. Guai seri. Un molosso coatto se la ride accanto a un mignottone a forma di Smart che solleva i Carrera (gli occhiali) e strizza gli occhi impiastrati. Non mi perdo d'animo. E inizio. Lo show è calibratissimo. Ho copiato le istruzioni contenute in ogni scatolone aggiungendo del mio. Nebulizzo generosamente il Glassex sulla finestra (il dono di un cantiere di Genzano Romano) e sciorino i pregi dello "Splendy". La magia del magnetismo. Sull' "in metà del tempo" c'è un profluvio di vene varicose che smottano: mi amano. Vogliono me. Vendo trenta (trenta!) "Splendy" e i più scettici comunque si informano. La spugnetta si può sostituire? Sì. La calamita si smagnetizza? No (cazzata). C'è in diversi colori? Che ci devi fare con i diversicolori? No, non è vero. Rispondo cortese: altri tre, ma sto aspettando il fornitore. Torno a casa con una specie di euforia in corpo che mi piglia il gozzo, poi la base del collo, poi di nuovo il gozzo e alla fine mi strofino gli zigomi per non piangere. Penso ai soldi, penso ai miei, penso al Ponte di Ariccia, penso a Tony Dallara, ai soldi, al fatto che ho diciotto anni quasidiciannove. Mi catapulto nel bar frequentatissimo (schifoso) di Ariccia e ordino un chinotto e poi, la sera, esco con un'amica del liceo che forse ci sta, forse no, forse la cosa non mi interessa mica poi tanto. Mi sto dilungando. Trascorrono circa otto mesi. Otto mesi in cui lavoro tre giorni a settimana e lo "Splendy" è un successo pazzesco. Affino la tecnica, imbastisco pure una fantomatica biografia dell'inventore dello "Splendy": un giapponese costretto a pulire le finestre dei grattacieli, che dopo aver rischiato più volte di finire sfracellato, ha ideato questo prodotto geniale (presto disponibile in diversicolori -la gente li reclama, il mio fornitore è un lavativo) che gli ha salvato la vita e gli ha fatto aumentare la produttività del doppio. Eh? -leggo nei loro occhi. Lava in metà del tempo -specifico. Aaaah! (Tripudio di venevaricose). Poi un giorno succede una cosa. Le cose, ho imparato, succedono che tu non te le aspetti. Questa, per molti, non è una novità. Lo capisco. Quello che bisognerebbe specificare ogni santissima volta è che le cose non solo succedono che tu non te le aspetti, ma pure in un modo che tu non te lo aspetti ed è quello che -in buona sostanza- ti frega e ti impedisce di farti trovare pronto (come invece sarebbe il caso, ché mica è sempre Natale). Insomma. Un giorno sono lì nel centro storico di Vetralla che è un paesino sempre dei Castelli Romani neanche troppo brutto, sono lì un mercoledì prefestivo con il mio tavolino e parlo dello "Splendy", parlo lanciatissimo, spruzzo -no: nebulizzo- Glassex e c'è tutto un parterre di giovani, vecchi, famiglie, coppie, bambini che osservano e va benino, vendo quindici "Splendy" e poi quando la ressa si allontana, mi alieno guardando il vetro della finestra con l'infisso color mogano chiaro, mi alieno e continuo a pulire con un gesto lentissimo della mano tipo il Maestro Miyagi toglilaceramettilacera. Sono ipnotizzato dalla mia stessa mano, dallo "Splendy", dalla trasparenza, dal fatto che dall'altra parte c'è un coso speculare a quello con cui tolgolaceramettolacera che si muove con me: è una specie di danza, un reciproco, una cosa a due , intima, che neanche la trasparenza tridimensionale del vetro nega. Più pulisco più vedo attraverso: è una cosa quasi Zen, penso che il Maestro Miyagi sarebbe fiero di me e a un tratto c'è questa ragazzina, questa bambina che sbuca nella cornice della finestra, dall'altra parte dove l'altra metà di "Splendy" sta facendo il suo lavoro insieme a me, magneticamente aiutandomi a dimezzare il tempo. Questa bambina avrà dieci anni, forse meno. Indossa una felpa fucsia delle Winx terrificante. Io i genitori li truciderei: comprale la felpa delle Winx, ma non di quel colore, ti prego. Insegnale la parola 'compromesso', ché tanto male non le fa, eccheccazzo. Insomma. Mi sbuca questa bambina che inizia a grattare sul vetro lasciando piccolissimi aloni che, merito del Glassex generosamente nebulizzato e dell'azione pulente dello "Splendy", evaporano velocissimamente. Io la saluto con la mano come davvero non potesse sentirmi attraverso la finestra intelaiata e attorno il nulla cioè l'aria. La saluto con la mano e sillabo un "Come-ti-chiami?" muto come fossi dall'altra parte del mondo, chessò: Ariccia-Genzano Romano senza il viadotto dell'Appia Pignatelli. Lei sillaba "Ca-ro-la" stando al gioco e io ringrazio il Signore ché almeno sul nome i genitori hanno avuto più gusto e fermezza di quanta sono riusciti a imporre per la felpa fucsia delle Winx e le dico sempre sillabando muto: "quanti-anni-hai?" E lei "No-ve" ho indovinato, le sorrido. Le dico "vuoi-uno-Splendy?" lei ride tantissimo come se l'avessi invitata a mangiare una cosa da grandi, un Carpaccio o se le avessi chiesto ce l'hai il fidanzato ,invece le dico tipo pesce le dico: "sei-sim-pa-ti-ca-ti-piac-cio-no-le-Win-cs?" e lei a quel punto ride tanto che io temo stia per precipitare di sotto, di sotto dove che è in piedi? E penso alla finta biografia che ho inventato del giapponese pulitore di vetri di grattacieli e penso che se non faccio subito qualcosa Carola morirà precipitando dall'altra parte della finestra con attorno il nulla e allora spalanco piano, la prendo sotto le braccia, lei non oppone resistenza e le faccio attraversare con cautela l'intelaiatura di mogano chiaro e la rimetto in piedi dal mio lato del tavolino e le dico:"sei salva" , adesso con la voce, il suono, le dico: "sei salva". Lei non ride, mi guarda fisso, mi dice: "Sei scemo" e io vedo la madre che arriva: "Le ha dato fastidio?" io scuoto la testa, sorrido, sventolo la mano verso Carola che si allontana guardandomi e picchiettando l'indice accanto alla tempia ridendo di nuovo tantissimo e io mollo le casse di "Splendy", il tavolino, il Glassex, il microfono, l'amplificatore e la finestra dono di un cantiere di Genzano Romano e mi allontano e da quel giorno io sono diventato felice.


Thursday, July 31, 2008

Curve



Noi ci vediamo tutte le mattine alle sei e trenta abbastanza puntuali anche quando è inverno e alle sei e trenta abbastanza puntuali è ancora buio noi ci vediamo con una specie di piccola, assonnata urgenza che ci muove i piedi nelle scarpe ci accolla il cappotto se fa freddo ci arrotola le maniche della camicia se fa caldo, ci sbadiglia il caffè sbuffandolo sul palato, ci accende -a quelli di noi che fumano- il primo raschio in gola coi polmoni che si attorcigliano all'umido del giorno che nasce e alla nicotina che sfrigola. Noi ci vediamo tutte le mattine chediomandainterra alle sei e trenta abbastanza puntuali -anche quando è inverno- ci vediamo al parco quello con le palme che ci fa una palma accanto a degli alberi di pèsche e ai pinidiroma che ci fa? -mi chiedo, inutilmente. Noi ci vediamo alle sei e trenta minuto più, minuto meno perché tutti noi tutte le mattine chediomandainterra portiamo i Pensieri a fare la passeggiata.
Non so chi ha iniziato: ci sarà pur stato un precursore, qualcuno che ha avuto l'idea. La nascita della consuetudine invece l'ho vissuta in buona parte e ne conosco lo stratificarsi, con quel misto di cameratismo compiacente e oculato distacco che presiede a tutte le forme di associazione spontanea. Non ci sono discriminazioni, questo posso dirlo con certezza. Abbiamo età diverse, differente estrazione sociale e neanche l'aspetto fisico conta più di tanto. Tutti noi abbiamo solo i nostri Pensieri da portare a passeggio; però non essendo i Pensieri visibili allo stesso modo dei cani di quelli che si riuniscono nel parco adiacente al nostro, non c'è competizione. Non c'è vanto. Tantomeno i convenevoli cinofili sui pregi di una razza o un'altra. C'è un silenzio un po' strano, questo sì. Ma è un silenzio a cui ci si abitua in fretta; dal quale -anzi- si imparano i rituali e le accortezze reciproche. Arriviamo quasi tutti con le mani in tasca. Chi sgambando leggero, chi con le spalle curve dei giorni più assillati. Ci scrutiamo, un cenno di saluto, le prime parole.
"Oggi non voleva uscire. Ho faticato per convincerlo a muoversi... ma dovevo portarlo fuori"
"Ha fatto benissimo: quando rimangono in casa la mattina, poi ti tormentano tutto il giorno. E non è la stessa cosa, scarrozzarli il pomeriggio. La sera poi, non ne parliamo. Il tramonto è una staffilata!"
"Quanto è vero... Quanto è vero!..." -questo che interviene è quello che chiamo il Dentista. Lo chiamo così nonostante non conosca la sua professione. Lui ha due Pensieri. Li porta fuori sempre insieme. Tirano i loro guinzagli immaginari con molta forza. Difficile pernsarlo eretto senza l'insistenza delle sue due ansie.
Mentre il Dentista dice la sua, arriva il Matematico. Un tipetto tutto arrovellato che pesca fogli stropicciati dalle tasche del parka come un prestigiatore le carte truccate. Scrive ogni cosa. Tiene uno storico dettagliatissimo del suo Pensiero. Ne misura continuamente le variazioni imprevedibili di peso e altezza. Appunta cambiamenti di forma e entità. Elenca, curvo sulla matita che tiene in punta, ogni deduzione possibile. Credo sia determinato ad eliminare il suo Pensiero, che comunque non si direbbe proprio in gran salute. Il Matematico lo tormenta di domande, quello strattona muto e -progressivamente- si indebolisce. Ne abbiamo visti non pochi sparire così. Qualcuno è tornato. Col medesimo Pensiero che camminava avanti a testa alta, fiero di aver resistito a qualcunque assalto: orgoglioso del suo essere praticamente assurto al rango di ossessione. Altri invece hanno ricominciato a farsi vedere con un Pensiero diverso. Lo sguardo imbarazzato di quando si presenta un nuovo partner agli amici di una vita. Un fruscio di nostalgia negli occhi.
Siamo gente strana, noi. Ci affezioniamo fiaccati dalla consuetudine. Siamo molto più soli senza le nostre riflessioni, ottuse come scariche in un circuito chiuso.
I nostri Pensieri evitano di incrociare lo sguardo tra di loro. Si ignorano, razzolano pigri, mantendendo una certa distanza l'uno dall'altro. Sanno che sono appesi a quelle nostre riflessioni. Sanno che a tenerli in vita è la loro unicità. Mischiandosi, si imporrebbe il confronto e -invece- ognuno di noi deve essere convinto di gestire il fardello peggiore. O almeno il più pesante: il più presente. Il Suo. E' una supremazia triste, guadagnata evitando ogni comparazione e incancrenita dal nostro piccolo rituale quotidiano.
Arriva il signor Campo. Il signor Campo è un uomo in là con gli anni, proprietario di un Pensiero schivo e emaciato che gli ronza sempre attorno alle caviglie. Il signor Campo stesso è cerimonioso e mite. Oggi però sgambetta emozionato. E' solo.
"L'ho perso! L'ho perduto! Mi sono voltato per qualche secondo -scusate, buongiorno a tutti- e poi non c'era più! E' scappato!"
"Ma si figuri! -è il Matematico che lo rimbrotta- Piuttosto, se lo sarà dimenticato!"
A quella frase, tutti stornano lo sguardo altrove. Il Matematico ha commesso un grave errore. I Pensieri, lo sanno tutti, non si dimenticano. Sarebbe un'eventualità impossibile da sostenere. Una disgrazia che annullerebbe anche il proprietario. Un Pensiero non si dimentica. Si allontana, si giustifica, si maschera, si corregge, si alimenta, si sviscera. E' consentito quasi ogni tipo di interazione. Dimenticarsene è fuori discussione.
Il signor Campo increspa la bocca. Qualcuno si avvicina tentando di consolarlo. Il Matematico è imbarazzatissimo e il suo Pensiero lo tira con più rabbia del solito, nonostante sia poco più che pelle e ossa. Li guardo tutti, da qualche metro di distanza. Li guardo tutti e poi porto lo sguardo al mio Pensiero che mi ricambia uggiolando stanco. "Dovresti proprio andartene", penso. "Dovrei decidermi a lasciarti libero e forse -forse- non torneresti". "Non so più nemmeno se arriveresti a mancarmi, sai? Non lo so più perché in fondo sei un'abitudine come tante che si prendono, pure se io piuttosto t'ho contratto come fossi stato una malattia. I sintomi c'erano tutti eppure non ti riconosco più. Né riconosco più in te parti di quello che sono stato". Mi chino e un cane, un cane proveniente dal parco accanto s'infila oltre la rete divisoria corre con la lingua che sbava corre come avesse visto la chimera della sua vita o fosse inseguito dal più gigante accalappiacani dell'universo. Corre con quell'andatura un po' obliqua che hanno i cani quando corrono molto veloce: sembrano motociclette, sembrano frecce storte, sembrano curvi come è curva la terra. Corre e arriva in mezzo al nostro gruppetto che ancora è gelato dalla frase del Matematico e tutti raspano con la punta dei piedi in terra e non sanno troppo bene come reagire dove andare dove guardare io mi chino ancora verso il mio Pensiero "Va' -gli dico- va' e non tornare. Va' e trasformati in qualcos'altro, qualcosa che non mi inchiodi mai più alle sei e trenta puntuali di ogni mattina chediomandainterra, trasformati o sparisci ma liberiamoci entrambi liberi sant'iddio, liberi di costringerci a qualcos'altro a qualcun'altro ai cani che corrono curvi come la terra curva dei Pensieri curvi di troppa, troppa gente.

Saturday, May 03, 2008

Bello Per Nessuno



Quando uno ha la mia età s'accomoda le cose. E' per via che diventa più lento, che c'ha i dolorini, che tutto gli corre veloce attorno come certi incubi in cui stai davanti alla giostra e ti pare di non riuscire a salirci mai. E' pure per via che noi vecchi ci dimentichiamo un sacco di cose e ce ne ricordiamo improvvisamente altre e allora è un guaio perché si mischia tutto e non ti raccapezzi più e quello che rimane, ti tocca accomodarlo: dargli una forma che non tutti capiscono, ma con cui tu ti orienti. Pure se sembra la cartina di qualche paese dimenticato daddio. Ci pensavo 'stamane da Gigi, che è il barbiere, mentre aspettavo il turno mio e leggevo il giornale facendo scorrere il dito sul cuoio rabberciato del divano. Gigi c'ha la mia età e certe mani che se ti fissi a guardarle, mentre tiene le forbici tra le dita, pàrono un animale strano volatile che sparecchia ciuffi di capelli. In fila in attesa ci stava Gianni. Piero era al taglio. Sulla solita sedia accanto alla cassa c'era Frequenza che lo chiamiamo così per via che sta sempre accanto alla radio nel negozio di Gigi e lui non c'ha cuore di mandarlo via e quello -Frequenza- non disturba, dice ogni tanto una frase che non si capisce e ascolta la radio con lo sguardo nell'orecchio. Sul serio. Se gli passi una mano davanti agli occhi non se ne accorge quasi, ma se t'avvicini all'orecchio si vòlta. Insomma pensavo a 'sto fatto che alla mia età uno si accomoda le cose perché Gianni aveva appena detto una frase che a me mi sembrava stupida. C'è da dire che Gianni è un fregnacciaro di prima categoria, ma infondo è un buono. Fa quasi un po' pena, come mi dice sempre Rita, quella del forno, quando lui gli scrive le poesie d'amore sui cinque euro. Rita c'ha ventidue anni è bella come il sole e noi siamo vecchi, Gia'. Vieni via: non te fa' ride' dietro.

Mi sono sempre promesso di raccontare come sono andate le cose. Ho continuato per anni a tenere una specie di memoriale che sbiadiva il rancore e testimoniava lo svolgimento dei fatti. Niente di scritto, solo la stesura ragionata -pensata- di quanto mi era accaduto. Mi infastidiva che qualcuno, privato del benestare del perdono, andasse in giro a inventare episodi col pretesto autoindulgente di limitarsi alla sua 'versione dei fatti'. Me lo sono promesso perché non è giusto approfittare del silenzio altrui, almeno quanto è scorretto prendere le parole degli altri al balzo e trasformarle nel proprio salvacondotto. Ho sempre pensato che un giorno avrei interrotto una conversazione qualunque e avrei iniziato dicendo: "Ora vi racconto come stanno le cose". Così, per fare chiarezza: ché i torti e i veleni non muoiono con la verità, ma dirli è già qualcosa. E invece mi ritrovo qui, dopo gli anni che son stati, senza più la voglia: senza più la forza 'manco di sorridere amaro. Non c'è perdono e non c'è indulgenza: c'è che non importa più niente a nessuno di com'è andata e anzi addirittura tutti inguattano le conseguenze nel fondo delle tasche e vanno avanti e indietro così, senza mai più stringere la presa sulle cose, per la paura di sentirsele scivolare dalle mani e poi giù ancora. Tutta questa inutile paura. E questo -inutile- mio coraggio fuori tempo massimo.

Insomma Gianni aveva messo su l'aria da filosofo e aveva detto, in buona sostanza, che l'unico insegnamento, l'unica cosa che a una certa età finalmente capisci, è che niente ha senso. E niente mai ce l'ha avuto. E ti devi arrendere e goderti cose minuscole, sempre più piccole, man mano che l'età aumenta. Che i ricordi sono una scusa e non un sollievo. Che rimane ben poco. Alla fine rimane poco e anche stare lì, a farsi tagliare i capelli da Gigi era una cosa inutile: un vezzo ridicolo davanti al senso delle cose che non c'è.

Il giorno che t'ho sposata mi cercavo nello specchio e tremavo al pensiero di trasformarmi in una fotografia coi graffi e le ditate delle domeniche pomeriggio. Tremavo tanto che mio fratello m'ha portato un bicchiere e m'ha detto "Bevi" e io ho buttato giù tutto d'un fiato, mi sono seduto su una sedia, attento a non rovinare la piega dell'abito e ho continuato a tremare perché capivo che si trattava di conservare la tua bellezza: proteggerla dal tempo e dalla mia stupidità. Noi maschi siamo scemi sul serio ed è palese nei momenti peggiori: facciamo un gran casino perché i conti non ci tornano mai e ci sistemiamo nel segno più delle addizioni e ci aggrappiamo al meno delle sottrazioni e ripetiamo i calcoli cento volte. Cancelliamo gli errori finché non restano i buchi nei fogli e altri nella testa. Ma non è questo che voglio dirti. Quello che voglio dirti è che il giorno che t'ho sposata io tremavo chiedendomi se sarei stato capace di conservare la tua bellezza. Ammirarla e rispettarla finché morte non ci avrebbe separato o perlomeno tutto il diavolo di tempo in cui saremmo stati capaci di rintracciarci con uno sguardo da una parte all'altra di una stanza. Capaci di fare quel numero da coppia, quello in cui mezzo secondo basta per venire a capo delle storture del mondo, per trovare una porta, un'uscita e respirare all'aria aperta: "Ci sei?". "Ci sono". E poi è stato ancora più strano scoprire che ce l'avevo fatta. Fino alla fine. Già. 'Finché morte non vi separi': vaffanculo alla bellezza che non posso più conservare. Che non posso più proteggere.

E io a quel punto non c'ho visto più e mi sono alzato in piedi e mi sentivo stanco, stanchissimo come prima delll'ultimo metro per un traguardo che neanche sai di dover raggiungere. Mi sono alzato in piedi e gli ho detto: Gianni queste sono stupidaggini. So' fregnacce. E sono stupidaggini che c'hanno un senso solo nella tua vita spaventata con i cani dietro a rincorrerla. Sono stupidaggini che puzzano di paura e la paura produce il puzzo più insopportabile che esista e tu -intanto- sei libero di fare come vuoi. Sei libero di scappare invece di trovare il coraggio per fermarti: il coraggio di scoprire che nessuno ti insegue e che il Tempo a cui credi di farla franca, invece è lì che ti aspetta altrove. Ed è per questo, Gianni, che dici fregnacce. Per lo stesso motivo per cui io invece stiro la camicia ogni mattina e mi pettino e mi cerco allo specchio e -sì- mi rendo presentabile. Perché cerco di avere ancora cura per me stesso come se 'morte non mi avesse separato' proprio da un bel nulla. Anche se lo ha fatto. A forza, per giunta. Quella stronza. Cerco di aver cura per il tempo e il senso che mi aspettano altrove e non perché qualcuno si avvicini o mi sorrida o pensi: "Ma che bel signore!". Vecchio, Gianni. Un vecchio signore: ecco cosa sono. Un vecchio signore che si fa bello per nessuno.

Saturday, March 29, 2008

Bonus Track

so che stai per
andare a dormire
perché
fuori la luce si spegne
e l'ultimo
pensiero
riposto con cura sonnolenta
sul comodino
non arriverà a domani
non arriverò a domani
lo so
che stai per
andare a dormire
perché
io sono
in contatto telepatico
col tuo orsacchiotto più
malandato
quello che torturavi
con matite e
un'euforia a cui
l'età ti impediva
di dare un nome
che invece
io so
che stai per
andare a dormire
perché
sono lì
lo so
che a questo punto
posso
rubarti l'istante preciso
in cui il corpo
cede a quello che
sembra stanchezza
ed è piuttosto svuotarsi
le tasche delle aspettative
del giorno
domani domani domani
lo so
che ora non dormi
lo so
e il tuo orsacchiotto più
malandato
sorride.




* E' stata scritta qualche anno fa e pubblicata altrove. Il tempo cambia quello che c'è attorno.
Le parole e i gesti fanno la differenza.

Wednesday, March 26, 2008

A me (n)



Provo da qui, ora che sono distante. Ci ho messo chilometri e anni, pazienza e inciampi. Perdoni svogliati e condanne estenuanti. Provo da qui, proprio oggi che il sole sfrigola come fogli di alluminio accartocciati e mi sento come quando ti si impiglia il maglione in una sporgenza: con il fastidio di essere strattonato da qualcosa che non consideri. Riportato indietro a forza -pochi istanti prima- mentre ti immagini già altrove. A quanto pare ci sono conti invisibili eppure aperti. Sbrìgati a chiuderli e passa a ciò che richiede la tua attenzione quotidiana -mi dico. Così decido di provare a sistemare le cose da qui, ora che non mi perdo più -affogando- nei bicchieri d'acqua, ma neppure ci sguazzo fingendo -come tanti- che siano laghi. Cerco un punto più alto, mi arrampico e cambio prospettiva: col faticoso, urgente pragmatismo che mi hai involontariamente insegnato. La prima cosa che voglio dirti è che io non cerco scuse. Per inciso, non sono più capace di inventarne e non mi piace insultare quel poco di fantasia che ancora coltivo. Quindi inizio ammettendo le mie colpe. La mia scomparsa, su tutte. So che mi hai cercato e so che non sono bravo a coprire le tracce. Oltretutto, difficilmente cammino a ritroso e questo elimina ogni speranza di depistaggio. Posso spiegarti, però. Ora. Spiegarti la mia insofferenza ai contorni ostinati, a quell'urtante abitudine che sviluppa chi riduce, col pretesto di semplificare. Sono diventato altro da quello che vedevi e non avrei sopportato di sembrarti la stessa persona: non avresti tollerato di scoprirti inadeguato a quello che mi avviavo ad essere. Non raccontarti balle e non raccontarne a me, ora. Ti smaschero da sempre. Non avresti tollerato neanche dei chiarimenti. Credimi, una volta per tutte, credi a me e a questa distanza che ti salvaguarda. Nessuno desidera chiarimenti che conosce. Sono solo pretesti per avere davanti, almeno per un istante ancora, l'oggetto della sua rabbia. Sono più interessanti e utili i percorsi che ci ritroviamo a calpestare da soli, quando realizziamo di avere le risposte sottomano. Sono più utili i calci ai sassi delle strade in cui sudiamo i nostri rimpianti come influenze da svernare: come sogni da ridimensionare. Io non ti piacevo più e non piacevo a me e questo -questo- è davvero insopportabile: non l'assenza o il gioco del rammarico in fondo alle tasche. E' così che realizziamo di poter perdere e conquistare allo stesso tempo qualcosa.
La seconda strada è il dolore. Qui il discorso si fa complicato perché c'è di mezzo la necessità di correre ai ripari. Ci abituano a cure allarmate mentre, il più delle volte, le ferite smettono di fiottare da sé e poi rimarginano. La sospensione che riusciamo a interporre va oltre la masochista idea di sopportazione. E' una conquista che ci infonde il coraggio di scoprire che siamo strumenti delicati e capaci insieme. Che in qualche modo più misterioso del nostro -legittimo- spavento, rimediamo ai colpi senza troppo bisogno di compassione o lacrime. E' dura accettarlo. E' dura scoprirsi allenati e più robusti di quanto si crede. La soglia di tolleranza e lo spazio della guarigione sono tempo che passa e forze che sbiadiscono. Spalle che si incurvano, chiavistelli a porte e finestre. Tu hai provato a togliere le bende e io te l'ho impedito. La ragione è semplice ed è il senso stesso di questa mia seconda strada. C'è qualcosa di peggio del dolore ed è l'identificazione con ciò che si patisce. L'ansia di diventare quel male e di assumerne i connotati. Il rigetto per l'eventualità di segni visibili e di caratterizzazioni nascoste, ma permanenti. Passare attraverso il dolore e i suoi postumi mollicci da cauterizzazione: questo volevo. Questo è quanto mi stavi impedendo di fare e io -io- non so stare al gioco di chi procede per tentativi più terrorizzati dei miei, almeno quanto non so convivere con la paralisi di un'incapacità interdetta. Dove vivo ora, arriva ogni tanto l'eco di tutto questo e io sorrido al riflesso svelto nella finestra che apro perché il ricordo di quel dolore passato giri: quel tanto che basta a fargli perdere la voglia di rimanere incollato al mio tempo.
La terza e ultima strada che mi ha allontanato e spinto fino al luogo da cui ora ti scrivo è la felicità. Pare impossibile che sia proprio io a usare queste parole eppure c'è una felicità che non prevede condivisione. Mi ricordo che era quanto speravi per me, allora. Felice, finalmente. "Ché tutto questo finisca e finisca in fretta e che tu rida di nuovo e di nuovo smetta di gestire i margini delle tue stramaledette difficoltà" -così dicevi, allora. Io speravo e intanto schivavo sconfitte più grandi, assistevo attonito a possibilità falcidiate da una fatica grande come tutti i posti che continuavo a promettere a me stesso. Giurando che non avrei ceduto: garantendomi versioni meno sfarzose che mantenessero almeno la dignità. La terza e ultima strada è iniziata quasi per caso e non potevo spartirne le fasi con nessuno. L'avresti scambiata per una resa o -figurarsi- per un tradimento. "Ora che non hai più bisogno di me", avresti detto. La parola 'bisogno' entra nel mio vocabolario a malapena sotto forma di sinonimo, dovresti saperlo. Piuttosto, sulla terza strada mi hanno investito come si vede in certi film in cui un impatto dilata persino l'avvertimento. Io non volevo essere salvato. Tu ci hai provato fin troppo. Non ti accuso: abbiamo sempre reagito all'imprevedibilità con una smania da missione suicida. Avresti mai detto che la felicità proveniva da quell'ennesimo punto privo del nostro controllo? Non credo di sbagliare se rispondo per te. Non l'avresti mai detto, no. Mi concedo tanta supponenza perché sono il primo ad ammettere che non lo avrei mai neppure pensato.
Ora sono qui e sai dove trovarmi. So che sei arrabbiato e so che questi chilometri ti costeranno tanta fatica quanta ne ho dovuta chiedere io stesso alle mie spalle. Magari, una volta che i muscoli avranno smesso di farti male e poi di essere indolenziti, ti verrà voglia di venirmi a trovare. Puoi farlo. Non abbiamo parole da nasconderci e abbiamo poco da rimettere insieme. Passa, quando vuoi, anche senza avvertire.

Wednesday, February 27, 2008

Salvezza




E questo? "Perché non è mio, questo?". Sbatte sbatte il dito sulla mappa aperta, spianata voracemente. Le mappe hanno questo fondamentale problema: finiscono. I territori no. I territori sono uno scherzo dello sguardo che certi confini immaginano di poter restringere a campo visivo. E questo? "Perché non è mio, questo?". C'è un limite. Un limite in superficie che ci si sforza di aggirare scendendo in profondità. Barattando il chiaro dell'evidenza con lo scuro dei fantasmi ficcati in fondo ai cassetti. Negli interstizi delle pagine di libri che non apriremo mai più. Avanza e avanza, procede attorno erodendo la terra sottostante. Drenando la base dei passi altrui (i tunnel a riva con la sabbia che scivola in risacca). Non c'è terra gentile, terra dove il riposo ti sarà lieve. C'è terra che scalci all'indirizzo di chi -ti- vòlta le spalle verso qualcosa di meno importante. Qualcosa che, presto o tardi, prenderà fuoco e allora speri, con tutte le tue forze speri, che quelle spalle imparino a mangiare fumodenso e neropesto perché -sia chiaro, una volta e per sempre- sul tavolo non gli rimarrà altro che una manciata di parole e una superstizione dura a morire, nonostante il tempo. Si chiama Rivelazione e a quel punto non hai scelta: la propaghi o la inghiotti. Che tu taccia agli altri il suono della tua voce sgraziata o sbraiti di tradimenti, complotti e congiure con un sorriso aguzzo affamato di salvezza, niente verrà a salvarti. C'è un punto che non è sulle mappe e che il territorio nasconde -e questo? "Perché non è mio, questo?". Ci abitano le cose che ti sfuggiranno e che tu fingerai di non rincorrere e da cui ti affannerai a fuggire. E' una corsa illusoria: una corsa in tondo. Anche se gli dai la forma di un tubo del diametro di venti centimetri, interrato quanto basta a nasconderlo all'evidenza di una strada che non sai e che intravedi, segnalata da persone come puntelli di cui calcoli l'orientamento. La stessa strada che divori in un pranzo in cui tutti ti ignorano. In cui tutti ignorano la tua andatura incerta e protesa, da squalo morente e pronto a serrare le mandibole contro il vetro di un acquario dietro al quale la stessa gente ride, con un misto di paura, vomitevole contegno e scherno -ride. Hanno trovato la maniera di procedere ancora più in profondità del tuo neropesto. Hanno trovato il modo di scavare in superficie. Puliti e persino più feroci di te. Vincono partite senza neanche presentarsi al tavolo. Parlano di concessioni ed è quello che fanno. Concedono aria a chi ne toglie e soffoca lui stesso avvelenato dal cibo che ormai puzza di neropesto, il fumodenso che traspira dagli occhi, esonda dai baffi, dalle camicie, dalle dita che puntano ai suoi fantasmi dietro il vetro spesso di un acquario. Sputi e annaspi e il gioco non valeva la candela, non valeva gli incendi. Non valeva niente in confronto alle fratture, alle crepe della terra che non ti sarà lieve. Si chiama sconfitta ed è anche questa una Rivelazione. La terza in ordine di tempo, ingolfata nel rantolo di bestia che credi morta, incastrata tra i canini altrui, persa nel tratto di penna che completa la mappa cocciuta e maldestra di chi non capisce il valore della resa. Il momento in cui tutto crolla e ammette le reali proporzioni. Tu invece ti ostini e opponi un ultimo getto nero nell'aria. Zampilli e spacchi crani altrui come fossero il tuo. Non ne esce nulla. Qualcuno provvisto di una cannuccia più lunga della tua ha succhiato quello che hai accumulato. C'è sempre qualcuno che drena qualcun'altro e mentre scendevi in profondità, mentre ferivi quella terra che non ti è lieve, furibondo, verso il basso e verso ciò che è attorno, dimenticavi l'alto. Un suggerimento specchiato per un attimo in una pozza più nera di te.

Thursday, February 14, 2008

Abracadabra



Il mago Flux perse le doti di illusionista il giorno del suo ventinovesimo compleanno. Più corretto sarebbe dire che le dimenticò. Tutte in una volta sola. Se ne accorse davanti allo specchio. Aveva appena finito di radersi. Tentò il numero del rasoio: un gesto impercettibile, trasferiva l'arnese dalla mano all'interno del bicchiere di ceramica. Chiuso. Una cosa da dilettanti, un divertissement per tenere le dita in esercizio. Pochi istanti dopo, invece, il rasoio oscillava nel lavabo e sul suo mignolo fioriva una linea rossa.

"Opporcaputt...".

Ne parlò circospetto con Lothar: centoventi chili di domatore di tigri austriaco.

"Nulla. Non mi ricordo nulla."
"Provato con cilindro?"
"Macché, niente."
"Fa' cose semplici. Tipo giochi di moneta."
"Lothar, è inutile. Non riesco neppure a indovinare una carta."
"Allora situazione è grave. Spettacolo?"
"Ho già avvisato. Mal di stomaco."
"Riposa. Dorme. Domani riprova. Scusa, c'ho tigre con problema."
"Ancora il singhiozzo?"
"Ja.."
"..."

Il giorno successivo Flux era sempre privo dei suoi talenti. Decise di confessare tutto a Mr. Badmington, il proprietario del circo che, preoccupato, lo indirizzò subito a un vecchio collega.
Il mago Astolfo, fatta eccezione per un nome d'arte di illustre discendenza, non aveva ormai più nulla degli altisonanti toni da illusionista. Viveva al pianterreno di un palazzo assolutamente anonimo, perennemente intabarrato in una vestaglia di un mesto tessuto scozzese e distratto dalla sua stessa ombra. L'unico incongruo segno dei fasti trascorsi era la camicia bianca, inamidata in modo inappuntabile, che si ostinava ancora ad indossare. A Flux l'appellativo scivolò di bocca:
"Maestro, ho un problema"
"Mi hanno riferito tutto. Badmington è molto preoccupato. Dice che sei bravo, uno dei migliori. L'ho già rassicurato: sono cose che capitano".
"Quindi non è irrimediabile?"
"Dipende", rispose affondando l'indice in un vaso di fiori.
"...Da cosa?"
"Oh, da un sacco di cose...". Una pianta di gerani sbucò dal foro praticato nel terriccio.
"...E' difficile?"
"Nulla che non si possa ottenere con la giusta dose di pazienza. Pazienza e cotolette, mio caro".
"...cotolette?".
"Cotolette. Panàte. Scusa, è la fame. Tu non hai fame? E' ora di pranzo. Mangiamo".
"..."

Il mago Astolfo si fece raccontare tutto. Eventuali sintomi, incidenti, traumi, avvenimenti casuali, chiese perfino uno stralcio di anamnesi familiare. Quando erano ormai alla fine del pasto, prese un lungo respiro e indicò con un cenno della testa la mano di Flux.
"E' un cucchiaio. Stai sbucciando la mela con un cucchiaio".
"Opporcaputt'..."
"Non è grave. E' scomodo, ma non grave".
"...mi scusi, sono preoccupato. Lei capisce, Maestro: il mio lavoro, il circo, la carriera..."
"Sono stato io".
"Ah."
"Non è vero. Ma avrei potuto. Il punto è che, senza neanche volerlo, hai causato un'illusione".
"..."
"Fino a qualche istante prima, non mi ero accorto del cucchiaio. Credevo stessi usando il coltello. Come chiunque. Capisci? Volevo vederti usare il coltello".
"Però questo non significa che ne sono in grado consapevolmente! Non ho riacquistato le mie capacità".
"No, infatti. Per riavere quelle devi convincere chi hai davanti che il coltello è diventato cucchiaio nelle tue mani. Che sei stato tu".
"..."
"..."
"Maestro, dorme?"
"No, autoipnosi".

Una settimana di riabilitazione fu sufficiente. Il mago Astolfo osservò il suo nuovo allievo far scomparire nell'ordine: varie posate, un cuscino, sette o otto -difficile appurare- cotolette (panàte), cinque rotoli di carta igienica, due saponette, cinque calzini, dodici penne a sfera. Gli oggetti riapparirono il più delle volte nella posizione originaria (centimetro più, centimetro meno), ogni tanto invece fu necessario cercarli un po' in giro per l'appartamento. I progressi -tuttavia- erano evidenti.
La sera della rentrée, Flux si comportò egregiamente. Mr. Badmington assistette all'esibizione dall'accesso alle quinte, insieme al mago Astolfo e a Lothar: i tre si sgomitavano approvazione entusiasta. Nessuno di loro, però, mancò di notare una specie di smarrimento sorridente negli occhi di Flux. Una sorta di stupore che seguiva ogni illusione.
Durante la cena, dopo lo spettacolo, Lothar e Flux si ritrovarono seduti di fianco.
"Come sta la tigre?"
"Meglio. Fatto bere acqua. Piscia tanto ma nicht mehr singhiozzo.
E tu? Ricorda illusioni, ora?"
"Oh, sì".

Thursday, February 07, 2008

Tomorrow Never Knows



Io di concerti non ne vedo molti. Ne perdo in continuazione. Però so che quando si tratta di gruppi poco famosi o che magari dividono la serata con uno o più artisti, c'è sempre il problema dei tempi. Stabilire quanti minuti toccano ad ognuno. In base a gerarchie poco razionali, per chi si esibisce, è questione di quante canzoni far stare in quei venti, trenta minuti. Spesso, al termine del concerto, il pubblico gradisce ed è un delitto interrompere quell'entusiasmo. Si cerca un cenno dal buio del mixer: le dita che numerano quanti pezzi si possono suonare ancora oppure il segno di smettere per lasciare il palco al prossimo. E c'è una frase straziante. Sto male ogni volta che la sento. Si chiede: "C'è tempo per un'altra?". A volte il tempo c'è. Altre no e arriva lo schiocco del jack che fuoriesce strattonato dagli strumenti. Si smonta ciondolando, con l'adrenalina ancora addosso e un'euforia non espressa completamente. Quando accade mi domando come sarebbe stato quel finale. Quale canzone sarebbe seguita; magari era una sorpresa, un arrangiamento tenuto in serbo per chi ha gradito il resto. "C'è tempo per un'altra?": le mani non mollano la pressione sulle corde, perché -casomai- si attacca subito. Quel tempo, quello per "un'altra", spesso bisogna rubarlo e metterci dentro tutto ciò che si ha da dire. Prima di smontare tutto e girarsi in un 'ciao' imbarazzato.
Ciao, Ini'.

Friday, January 18, 2008

Casomai

Io sono un giocattolo ben congegnato, un meccanismo oliato che risponde a desideri improvvisi: a slanci storditi. Sono la mattina di natale, le ore che precedono il compleanno, sono quell'ansia e rispondo a quella necessità di ricevere. Sono il giocattolo esatto che volevi, il pacco scartato; e non mi trovi dietro le vetrine, non hai bisogno di chiedermi puntando i piedi, non devi neanche sforzarti di desiderarmi con i pugni stretti sotto il cuscino. Io non sono nient'altro che quello che vuoi. Sono un niente ben congegnato, un desiderio oliato, un giocattolo estinto il giorno successivo: quando mi sistemi accanto agli altri, quando hai spuntato la lista, quando hai fatto il giro della voglia.
Io sono quello che ricevi prima ancora di riuscire a chiederlo, sono la fortuna di chi non ha altri muscoli se non quelli del viso, sono un capriccio motivato a lungo, di cui -poi- non devi rendere conto. Io sono un doppione appena dissimile spacciato per indispensabile, accontento saltelli e mi esaurisco e poi mi ricarico in fretta così non hai modo di accorgerti di non poter chiedere ancora e non ho modo di pensare che non sono altro che un meccanismo oliato a cui manca il respiro se rallenta perché perde il suo senso, perde la sua ragione di essere solo un giocattolo che si estingue piano.

Io ho valige disseminate ovunque, sono veloce a prepararle, ho un'attitudine da sfollato che riesce a individuare immediatamente quello che deve raccogliere in una situazione di emergenza. Ho un sismometro impiantato nella bocca dello stomaco che oscilla linee isteriche sul dorso delle mie mani e mi rende ancora più preciso. Io sono esatto quando si tratta di piegare maglioni, chiudere le cerniere delle borse: il tempo di voltarti e ho già tutto in spalla. Il tempo di pensarci e sono già sulla porta. Perché ho imparato quando è il momento di restare e lottare e ho capito altrettanto bene quando bisogna mettere anni luce tra te e quello che ha il solo scopo di risucchiarti nel nulla della sua mancanza.